Intervista a Federica Poletti: artista dell’umanità al femminile

    Scelta da HUB/ART come una dei vincitori della categoria “Pittura” Federica propone opere eleganti ed enigmatiche che invitano lo spettatore a riflettere e a guardarsi dentro.

    Nata a Modena nel 1980, Federica Poletti ha seguito sin dall’inizio un percorso canonico frequentando l’Accademia di Belle Arti di Bologna e proseguendo la sua formazione all’interno della bottega di un noto pittore modenese.

    Abile nella pittura ad olio, suo mezzo espressivo per eccellenza, non disdegna la sperimentazione di altre tecniche e in particolare della scultura in ceramica.

    Ispirata da grandi artisti contemporanei ma anche da pittori del passato come Caravaggio, nella sua arte ricorrono sempre l’inquietudine, la figura femminile ed il forte desiderio di esplorare l’inconscio. 

    Le sue donne rappresentano la ricerca dell’identità, e la mancanza del volto e dei tratti fisiognomici vuole essere una presa di posizione contro i canoni ed i ruoli imposti loro dalla società. Un’umanità che si sottrae volontariamente alla vista per fuggire dalle influenze esterne che impediscono di raggiungere la verità e di capire chi siamo. 

    Untitled, 2022, olio su tela, 120x80cm

    La partecipazione ad una mostra apre sempre prospettive possibili, prima fra tutte quella di mostrare a più persone il mio lavoro, e questo è fondamentale per confrontarsi sia con gli altri che con sè stessi, e naturalmente la possibilità di esporre è sempre una soddisfazione.

    Per quanto riguarda il futuro il mio unico proponimento è continuare a fare ricerca ed evolvere la mia pittura, ho mostre in programma, un concorso, vedremo… in realtà per me il futuro è sempre stato poco interessante. Preferisco, da sempre, concentrarmi sul presente che è poi l’unica vera possibilità che abbiamo come persone e come artisti.

    A cosa ti ispiri per la realizzazione delle tue opere?

    Le mie opere traggono ispirazione dal quotidiano…un pensiero, un’immagine, qualcosa che leggo anche di sfuggita e che poi elaboro, analizzo e faccio mio solo in un secondo tempo. In realtà come funzioni esattamente questo meccanismo non lo so, non l’ho mai capito, perché è come un istinto, un impulso.

    Ho imparato nel tempo a correggere la mia pittura, in corsa diciamo, a fare e disfare piano piano il lavoro finchè sulla tela tutto quadra e mi soddisfa.

    Come nascano le immagini precisamente non lo so, ma so che non ho mai la più pallida idea di come finirà un lavoro quando inizio. So che molti pittori hanno in testa le loro immagini, precisamente, e sanno come far funzionare tutto durante la realizzazione, io non ho provato questa esperienza una volta. L’unica certezza che ho è che ci sarà caos.

    Negli “anti-ritratti” femminili che dipingi è sempre presente un velo o un pizzo ricamato con motivo floreale che cela il volto. Perché questo rimando alla natura? Cosa vuoi comunicare?

    Nei volti dei miei soggetti a volte compare un decoro, come quello dei vasi cinesi, qualcosa che dia l’idea di prezioso e fragile, la pelle diventa un involucro rigido come una porcellana. L’idea che mi interessa esprimere è quella di una preziosa fragilità, che può essere distrutta o danneggiata irreparabilmente in qualunque momento. Non è questo in effetti l’essere umano? Così fragile, così scoperto.

    Melancholia, 2021, olio su tela, 70×100 cm

    Il colore rosso è preponderante nei lavori esposti in mostra. Gli attribuisci un significato particolare? Qual è il tuo rapporto con i colori?

    I colori per me sono un problema. Per anni ho lavorato in bianco e nero per evitarli e per non doverli affrontare. Se li uso è solo perché voglio che abbiano una funzione precisa. Dare una luce, creare una traccia o semplicemente creare un’atmosfera particolare.

    Il colore crea responsabilità, è un’altra cosa da gestire all’interno del dipinto e come ho detto il mio lavoro è istintivo e inconscio quindi lascio che i colori abbiano una funzione concettuale nell’opera e non sono mai lasciati al caso.

    Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea del nostro Paese? Quali strategie adotteresti per valorizzare l’arte e la cultura?

    Il sistema dell’arte contemporanea in Italia è un discorso che andrebbe affrontato su tanti punti di vista differenti perché all’interno del sistema ci sono molti attori differenti, galleristi, curatori, istituzioni e naturalmente gli artisti.

    Una cosa che penso da sempre, che aiuterebbe molto il lavoro dell’artista è che dovrebbero esistere più commissioni pubbliche, più collezionismo da parte delle istituzioni e sicuramente più possibilità di esporre in spazi pubblici. Bisogna che l’arte contemporanea dialoghi con l’arte storicizzata, che si crei un legame stretto, un rapporto tra il lavoro che è stato e quello in essere.

    Credo che ci siano state molte belle esperienze di questo tipo in giro per i grandi musei italiani, penso al Mart, ma anche ad altri, e che non sia abbastanza, che questa sia una buona pratica per portare le persone al museo a fruire di quello che è il nostro patrimonio storico e di quello contemporaneo.

    Naturalmente così facendo ci sarebbero molte più possibilità di esporre ma forse anche una maggiore selezione di quella che è la proposta artistica, si alzerebbe il livello, la tecnica tornerebbe ad essere centrale nell’opera e questo non può che far bene all’arte e al pubblico che ne fruisce.

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