Intervista a Sharon Hecker Storica dell’Arte e Curatrice – ProfessioneARTE.it

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    Lei è Sharon Hecker Storica dell’Arte e Curatrice.

    Cinque domande per conoscere in anteprima i grandi  professionisti dell’arte, le quotidiane sfide da affrontare, le scelte che hanno determinato il loro percorso nel sistema e nel mercato dell’arte, i cambiamenti all’insegna del digitale e i consigli per chi desidera intraprendere la stessa carriera in collaborazione con ProfessioneARTE.it.

    Storica dell’arte, curatrice, massima esperta del grande scultore Medardo Rosso.

    Lei è Sharon Hecker, americana che negli anni Ottanta, dopo aver studiato alla Yale University, arriva in Italia per iniziare la sua strada nel mondo dell’arte.

    Prima tappa la Peggy Guggenheim Collection di Venezia, anni che le hanno permesso di formarsi sul campo ricoprendo diversi ruoli, fino a quando, poco prima di ripartire per l’America arriva la svolta.

    Nel 1989 galeotto fu l’incontro con Jenny Holzer, artista di fama internazionale e prima americana ad aver rappresentato gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia; Sharon infatti grazie alla sua esperienza diventò la sola ed unica in grado di aiutare la Holzer a costruire il padiglione, curandone ogni dettaglio, in costante dialogo con l’artista: fu un successo, tanto da vincere il Leone d’Oro.

    Oltre 30 pubblicazioni su Medardo Rosso e oggi la fondazione dell’Hecker Standard per la due diligence delle opere d’arte con alcune novità che ci racconta in questa intervista…

    Sharon Hecker è una storica dell’arte e curatrice di arte italiana moderna e contemporanea.

    Si è occupata in particolare di Medardo Rosso, curando più di trenta pubblicazioni, tra cui: Un monumento al momento: Medardo Rosso e le origini della scultura contemporanea (Johan&Levi Editore, 2018), vincitore del premio americano Millard Meiss. Il suo lavoro è stato premiato dal Getty, Mellon e Fulbright Foundations. Ha curato mostre alla Harvard University, Pulitzer Arts Foundation, e Galerie Thaddaeus Ropac. Ha tenuto lezioni al Master’s in Arts Managament all’Università Cattolica del Sacro Cuore e al Master’s in Art Law all’Università Statale di Milano.

    Ha lavorato con la Peggy Guggenheim Collection e ha coordinato il Padiglione Americano alla Biennale di Venezia nel 1990. Ha fondato The Hecker StandardTM per la due diligence sulle opere d’arte. Fornisce consulenze a collezionisti, avvocati, wealth managers, family offices, case d’aste e fiere. Tra le sue nuove pubblicazioni sono Postwar Italian Art History Today. Untying the Knot’. Attualmente sta curando una mostra dedicata alle ceramiche di Lucio Fontana alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia (2024).

    È membro del Catalogue Raisonné Scholars Association (CRSA), International Catalogue Raisonné Association (ICRA), International Foundation for Art Research (IFAR), International Council of Museums (ICOM), Italian Art Society (IAS) e Art Historians of Nineteenth-Century Art (AHNCA). 

     

    1. Come è iniziato il suo percorso nel mondo dell’arte?

    Ho studiato storia dell’arte a Yale e poi all’Università di Firenze. Dopo gli studi ho vinto una borsa per lavorare alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia. Questo lavoro mi ha portato a incontrare l’artista americana Jenny Holzer, che è stata scelta come prima donna a rappresentare gli Stati Uniti alla Biennale di Venezia.

    Ho coordinato il suo Padiglione, che ha vinto il Leone d’Oro, e come ringraziamento l’artista mi ha mandato a lavorare per la Galleria Christian Stein di Milano, dove ho incontrato molti artisti dell’Arte Povera. È stato in galleria che ho incontrato Luciano Fabro e la sua famiglia, e sono andata a lavorare per lui per aiutarlo a preparare la sua prima retrospettiva americana al San Francisco Museum of Modern Art.

    Con Fabro ho tradotto molti degli scritti teorici in occasione di quella mostra, in modo che il mondo anglofono potesse cominciare ad apprezzare la sua arte. Sono tornata poi agli studi e ho completato il mio dottorato all’Università della California a Berkeley. Ad un certo punto, su consiglio di Fabro, ho deciso di fare un altro viaggio in Italia per condurre la mia ricerca su Medardo Rosso. Mi ci sono voluti molti decenni di ricerca, che ho finalmente raccolto in un libro e in diverse mostre museali ad Harvard, alla Pulitzer Arts Foundation e alla Galerie Thaddaeus Ropac, per condividere l’importanza internazionale di Rosso con il mondo.

    Ora sto lavorando a una mostra di ceramiche di Lucio Fontana alla Collezione Peggy Guggenheim per il 2024. Sulla base dei miei anni di esperienza come storica dell’arte e il mio lavoro curatoriale, ho pensato  all’importanza di promuovere il dialogo tra storia dell’arte, mercato dell’arte e diritto dell’arte. Così ho fondato The Hecker Standard®, un approccio per condurre la due diligence sulle opere d’arte.   

    2. Come descriverebbe la sua professione oggi?

    Credo di avere numerose “professioni” nel mondo dell’arte, ma in tutti i sensi le cose oggi sono cambiate molto.

    Vedo meno persone interessate a condurre una ricerca profonda e sostenuta per acquisire competenze in modo lento e metodico.

    C’è molto più desiderio di riconoscimento immediato, soprattutto legato all’acquisizione di una presenza sui social media, di quanto non ci fosse quando ero giovane (non c’erano i social media!), e il mercato sembra muoversi molto più velocemente di prima, quindi il mondo dell’arte di oggi appoggia questo modo di essere e di lavorare.

    Credo che, sia che si tratti di curare una mostra che avrà un’importanza duratura nella storia, di scrivere un libro che duri nel tempo come approccio e contenuto, o di eseguire una ricerca dettagliata sulla storia di un’opera d’arte, il tempo è il fattore che è sempre in gioco ed è la cosa che vedo costantemente sacrificata.

    La ricerca artistica, come creare arte, non può essere forzata o prodotta solo in modo rapido e immediato, o rischia di essere superficiale. E le cose prodotte con immediatezza devono essere frutto di un certo bagaglio di conoscenze. E c’è stato anche un effetto negativo sull’ambiente ecologico, con tanto (percepito) bisogno di movimento e di viaggi internazionali nel mondo dell’arte per eventi e conferenze.

    3. Come è cambiata nel tempo la sua professione?

    Il materiale di ricerca è diventato più accessibile attraverso gli archivi che hanno messo molte informazioni e documenti online, ma spesso le persone non hanno le competenze o la pazienza di setacciare molto materiale e pesare la validità e la qualità delle informazioni.

    Un catalogo ragionato ben fatto dovrebbe richiedere diversi decenni, non diversi anni!

    Penso che essere stati costretti a stare fermi, come accaduto nei mesi di COVID19, sarà una lezione utile per tutti e ci aiuterà indirettamente a ripensare sul senso delle nostre professioni e la nostra capacità di apportare al mondo contributi culturali intellettuali e creativi che non comportano un costante movimento fisico da un luogo all’altro.

    È un antidoto duro, ma forse efficace.

    L’opera di Jenny Holzer nel Padiglione Americano della Biennale di Venezia

    4. Che impatto sta avendo il digitale nel suo settore?

    Gli archivi digitalizzati, la disponibilità di immagini online, le mostre online, le infinite e curiose connessioni che si possono trovare facendo ricerche incrociate su Google rendono il lavoro molto produttivo oggi.

    Tuttavia, tutti i buoni storici dell’arte e curatori sanno che gli archivi non sono quasi mai “completi” e molte cose non si trovano online. Inoltre, non tutto quello che si trova online è valido o corretto. Bisogna avere un approccio più paziente rispetto al digitale.

    Durante il COVID19, molti musei hanno aggiunto dei commenti interessantissimi sulle opere nelle loro collezioni, e questo ha aumentato molto la nostra conoscenza delle opere d’arte da vari punti di vista. Questo lo trovo fantastico, valorizzare le opere che si trovano nelle collezioni pubbliche e private in modo intelligente e serio.

    5. Cosa consiglierebbe a un giovane che vuole intraprendere la sua professione?

    Penso che, dopo il COVID19, i giovani abbiano la grande opportunità di ripensare certi aspetti del mondo dell’arte di oggi, di proporre nuove professioni più ecologiche e pulite, che non coinvolgano sempre i viaggi sfrenati e la presenza pubblica che continuano a contribuire al modello di crescita senza fine del mondo dell’arte.

    Dobbiamo rallentarci per valorizzare quello che c’è. Proprio per questo mi piace moltissimo il modo di “curare” le collezioni d’arte attraverso piccoli video messi online dai musei in questo momento. I giovani hanno la possibilità di ideare e contribuire a qualcosa di nuovo, prezioso e responsabile nell’arte. L’idea che il COVID19 abbia abbattuto l’inquinamento non dovrebbe sfuggirci perché anche il mondo dell’arte contribuisce al problema—pensiamo solo ai danni ambientali recati a Venezia durante i periodi delle Biennali. Le cose sono diventate insostenibili, e la generazione più giovane lo sa, ma invece di lottare contro portando delle nuove idee, continuano ad unirsi al sistema che c’è già.

    In questo periodo di riflessione forzata il mondo dell’arte potrebbe ripensare a ciò che è andato storto e cercare di correggere alcune “malattie”.

     

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    Questa intervista è stata realizzata in collaborazione con ProfessioneARTE.it, la prima community dedicata alla formazione, aggiornamento e orientamento verso le professioni dell’arte.

    Per sapere qualcosa in più su Sharon Hecker guarda l’intervista della Storica dell’Arte con Andrea Concas

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