Via le vetrine dai musei…Parte I – Di Roberto Concas

    VIA LE VETRINE DAI MUSEI… PARTE I 

    di Roberto Concas

    Se vogliamo rinnovare i nostri musei, dobbiamo iniziare dalle vetrine.

    Loro malgrado, sono diventate simboli e come tali soggetti ad essere “abbattuti”, modificati e sostituiti.

    Detta così sembra l’abbattimento delle sculture commemorative, un’azione di Iconoclash

    Naturalmente è un paradosso, e non si tratta di nulla di tutto ciò, ma solo della ricerca di un’evoluzione del pensiero museologico e museografico ipotizzando che per innovare, da qualche parte bisogna pur cominciare!

    Le vetrine, forse più degli spazi museali, recuperati in vetuste architetture oppure progettati ex novo, rappresentano la vera continuità nei musei da oltre due secoli.

    1792 LE PRIME VETRINE

    Per avere un riferimento cronologico certo, vale la data del 19 settembre 1792, quando il ministro Jean-Marie Roland, visconte de la Platière stabilì per decreto il transito delle imponenti collezioni reali dalla corona di Francia alle competenze della nuova Nazione francese. 

    Nascono così i musei pubblici.

    Tuttavia la “rivoluzione del popolo” ricondotta nella forma della monarchia costituzionale, evidentemente, non riponeva molta fiducia nello stesso popolo e per queste ragioni le collezioni, che prima adornavano il palazzo reale, cominciarono ad essere racchiuse e protette in grandi vetrine.

    Preso atto, con licenza romanzata, della possibile data di nascita delle vetrine museali, resta che da allora non hanno visto né tramonto, né modifiche così sostanziali nel loro impiego museologico, museografico e conservativo dei beni.

    Gli allestimenti dei musei ruotano intorno a loro, “le vetrine”, il perno centrale dell’esposizione, strumento essenziale di protezione, limite fisico per la fruizione, contenitore ordinatore, spazio magnificatore di reperti ed oggetti.

    copyright ©️Museo Archeologico nazionale di Cagliari

    LE WUNDERKAMMER UNIVERSITARIE

    Già nei primi dell’Ottocento le vetrine davano forma organizzativa alle collezioni e poi agli stessi musei, mentre il profilo allestitivo che si manifestava allora si collocava tra, l’armadio classificatore e l’esposizione sul modello wunderkammer, il cosiddetto “gabinetto delle meraviglie”.

    Esposti, alla “meraviglia” dei visitatori, anche i reperti archeologici, le testimonianze storiche artistiche e le prime raccolte dei beni antropologici ed etnografici.

    Le vetrine museo trovarono un primo e largo uso soprattutto in ambito universitario, dove svolgevano una funzione illustrativa e formativa per gli studenti in medicina, anatomia, zoologia e geologia, una sorta di enciclopedia o atlante visivo di reperti vari.

    Intere e corpose collezioni di insetti, animali imbalsamati e deformi, rarità esotiche, conchiglie e minerali, parti anatomiche umane in contenitori di vetro con soluzione alcolica e altro frutto di anni di ricerca, scavi nelle miniere e viaggi tropicali, trovavano pertanto spazio nei corridoi bui delle più antiche sedi universitarie.

    I MUSEI

    Questa funzione didattico-espositiva delle vetrine si trasferisce presto nei musei, dando piena soddisfazione all’emozione procurata dalla scoperta e, ancora una volta, alla meraviglia.

    Dalla metà dell’Ottocento le vetrine assumono significato di museo e per questo diventano imponenti, articolate su più livelli sino a raggiungere gli alti soffitti, racchiuse in montanti di legni pregiati, spesso verniciati con colori grigio-beige, munite di vetri sottili con alcune imperfezioni.

    Nel tempo, le forme delle vetrine museali si ingentiliscono, diventando quasi mobili da salotto della buona borghesia, alcune sono come tavoli con i vetri, altre verticali con piani espositivi a mensola, cerniere e serrature ottonate con i bordi superiori ornati in cima con decori floreali.

    PROFESSIONE “CLAVIGERO”

    Nel contempo si forma anche una nuova professione quella del “clavigero” il consegnatario di tutte le chiavi delle vetrine e delle stanze del museo, come quelle dei musei del Vaticano, dove di chiavi se ne contano ben 3.000.

    Sempre in questo contesto si forma anche l’immagine del “direttore con le chiavi delle vetrine in tasca”, devoto custode e unico depositario dei beni su mandato del Re, che nel tempo è diventato su incarico delle Soprintendenze. 

    Il dibattito già nella prima metà degli anni Novanta si infiamma, perché i musei sembrano perdere le proprie radici di contemplazione e tempio per eletti studiosi e disciplinati discepoli, a favore di un pubblico allargato, seppure ancora non molto.

    Nello spazio contenitore e museo chiamato “vetrina” i direttori e i curatori si adoperano per illustrare, a moltissime generazioni, l’archeologia e la storia dell’arte, mentre i reperti da una affollata esposizione, come detto in stile wunderkammer, passava ad un modello più ragionato con una selezione accurata, mirata e conforme ad una linea di racconto scientifico e culturale prescelta.

    I reperti guadagnano spazio, maggiore visibilità e valorizzazione mentre si accompagnano a didascalia corpose, e talvolta anche noiose, in sostituzione dei più stringati cartellini tipografici con numero di inventario, datazione e, talvolta ma non sempre, luogo di provenienza.

    Con una interpretazione museologica personale, per alcuni direttori, le vetrine sono state anche interpretate come una continuità con lo scavo archeologico appena terminato, e i reperti esposti come, un trofeo!

    copyright ©️Museo Archeologico nazionale di Cagliari

    LUX 

    Nella seconda metà del Novecento l’ingresso della fruizione collettiva nella cultura di queste “vetrine illustrate”, rompe gli schemi dell’interpretazione museale passando a modelli didascalici e più didattici aperti ad un pubblico di diversa preparazione specifica.

    Nel contempo, anche le soluzioni illuminotecniche si aggiornano e dentro le vetrine-museo è un fiorire di luci, faretti e di racconti luminosi; le smunte vetrine prima irradiate con lampadine a filamento da 10 candele e poi da incerti, freddi e lampeggianti neon, improvvisamente s’illuminano risaltando pregi e difetti della collezione, come delle stesse vetrine.

    Una nuova componente museologica entra a pieno diritto nell’esposizione facendosi spazio tra i coperchi e i montanti delle vetrine, senza soluzione di continuità.

    Gli unici moniti sulle luci venivano dalla conservazione museale, che imponeva il controllo dei Lux e dei dannosi raggi UV, nonché dalle puntuali osservazioni di chi palesava il rischio di “vetrine da gioielleria”!! 

    L’arrivo negli anni Ottanta dell’informatica, espressa nei personal computer e poi nelle stampe digitali, sconvolge ancora le nostre vetrine che si riempiono degli altri colori dei pannelli realizzati dai creativi grafici digitali.

    L’ERA DIGITALE

    La “lotta” visiva dentro la vetrina, tra il reperto e la didascalia illustrativa, diventa ardua e competitiva, il rapporto in scala è spesso sproporzionato e la didascalia illustrata batte il reperto, nelle dimensioni, quattro a zero.

    La vetrina si comprime ai lati e si schiaccia in avanti per fare spazio ai pannelli di sfondo, mentre i testi continuano ad aumentare in stretto rapporto con la dimensione dei propri caratteri di stampa, sempre più piccoli, sino a costringere il visitatore a poggiare il naso sul vetro.

    In questi ultimissimi anni le vetrine si sono animate con i digital-frame nei quali scorrono immagini, filmati e ricostruzioni 3D, una festa ricca di informazioni aggiuntive per illustrare la storia del reperto che è rimasto fermo, e musealizzato, sul più vecchio piedistallo espositivo.

    Scorrono gli anni e le vetrine sono sempre lì, con gli espositori di materiali, dimensioni, forme e colori diversi tra loro, le mensole in vetro, i reperti disposti secondo un’estetica non sempre da manuale, mentre qualche intruso agente xilofago lascia traccia del suo essere passato … nella storia.

    E POI

    Cosa fare dunque di queste vetrine?

    To be continued…

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